In passato con il termine "fermenti lattici", si raggruppavano prodotti contenenti microrganismi vivi da assumere con la finalità di reintegrare o modificare la microflora intestinale, per migliorare lo stato di salute dell'individuo o, nel caso di medicinali, contribuire a trattare una malattia. Oggi, i fermenti lattici sono indicati come probiotici (iI termine "probiotico", con una forte valenza commerciale, deriva dal greco e significa "utile alla vita") e questi possono contenere una o più specie di batteri, frequentemente Lactobacilli (es. Dicoflor, Floxin) e/o Bifidobacterium per lo più in associazione con altri batteri, componenti della normale flora intestinale (es. Lactipan Plus, Infloran) o, meno frequentemente, con lieviti come il Saccaromyces (es. Lievito Sohn, Inolact).
In effetti, fermenti e probiotici non sono la stessa cosa: i probiotici appartengono alla famiglia dei fermenti lattici, cioè fermentando producono acido lattico e per questo sono usati in molti alimenti fermentati, come i prodotti da forno.
Perché i fermenti lattici siano considerati probiotici, devono soddisfare alcune condizioni: arrivare vivi all'intestino, insediarvisi ed essere in grado di colonizzarlo (sopravvivendo all'ambiente acido dello stomaco ed ai sali biliari nella prima parte dell'intestino), influenzare positivamente la flora intestinale contrastando i batteri pericolosi, contribuire a favorire le difese immunitarie.
I probiotici sono sempre più utilizzati soprattutto dalle persone che soffrono di disturbi gastrointestinali di vario tipo come diarrea, colon irritabile, colite ulcerosa ecc. Negli ultimi anni, gli studi sui probiotici sono stati intensificati per valutarne l'efficacia in molte patologie; tuttavia, le conclusioni non sono sempre state positive o concordi. Per esempio, molti probiotici hanno dimostrato di essere in grado di abbreviare di circa un giorno la diarrea acuta nel bambino, ma la loro efficacia nell'adulto non è altrettanto chiara. In particolare, la prevenzione della "maledizione di Montezuma" hanno prodotto esiti deludenti, limitandosi ad una modesta riduzione degli episodi di diarrea. Anche l'utilizzo diffuso di questi prodotti per risolvere problemi di stipsi non trova alcun riscontro in letteratura, ed i miglioramenti sono essenzialmente soggettivi. Comunque, gli effetti benefici rilevati spesso sono specifici per alcuni ceppi e non possono essere estesi ad altri.
In realtà, i preparati contenenti probiotici vanno distinti in alimenti, integratori alimentari e medicinali: la maggior parte dei probiotici in commercio rientra nella categoria degli alimenti e integratori alimentari; solo pochi prodotti sono registrati come "medicinale", e quindi forniti di AIC e la loro commercializzazione è all'interno delle farmacie o nelle parafarmacie con farmacista abilitato e iscritto all'Ordine dei farmacisti.
I medicinali, a differenza degli integratori alimentari, sono dotati di proprietà farmacologiche, composizione e indicazioni terapeutiche specifiche, sottoposte a verifica del Ministero della Salute, organo preposto anche a valutare la correttezza delle indicazioni riportate nel Riassunto delle Caratteristiche del prodotto (v. Enterum , o Enterogermina ), in sede di autorizzazione all'immissione in commercio.
Rispetto ai farmaci a base di probiotici, gli alimenti e gli integratori alimentari contenenti probiotici possono essere immessi sul mercato in tempi più rapidi; tuttavia, hanno due limiti:
1- la vigente normativa non richiede un'ampia documentazione a testimonianza degli effetti benefici rivendicati;
2- assenza di un controllo periodico da parte delle autorità competenti, sia sulla reale efficacia sia sull’eventuale comparsa di effetti indesiderati dopo che il prodotto è stato messo in commercio.
I probiotici svolgono anche un'azione disintossicante, perché aiutano a smaltire le sostanze potenzialmente nocive e migliorano la digeribilità del lattosio nelle persone sensibili. Inoltre, producono sostanze utili all'organismo, come vitamine e acidi grassi. Altri effetti dei probiotici sono ancóra allo studio e riguardano la loro capacità di ridurre sia i fenomeni allergici sia il livello degli enzimi presenti nelle feci e in grado di promuovere lo sviluppo dei tumori.
Lo yogurt "classico", pur avendo qualità nutrizionali positive, non può essere considerato un vero probiotico, perché il Lactobacillus bulgaricus e lo Streptococcus thermophilus, i due batteri che lo caratterizzano per legge, non sono di origine intestinale. Ciò significa che non sono sempre in grado di superare indenni la barriera acida di difesa dello stomaco e dei sali biliari. Per questo motivo, i fermenti dello yogurt riescono a giungere vivi nell'intestino solo in piccole quantità e, soprattutto, non sembrano capaci di modificare la qualità dei batteri presenti in quest'organo. Una capacità probiotica che si riconosce allo yogurt, invece, è la possibilità di essere consumato anche dalle persone intolleranti al lattosio, pur contenendo ancora quantità discrete di questo zucchero.
Non tutti i latti fermentati che si trovano al supermercato sono probiotici. Per individuarli, occorre leggere con attenzione le etichette dei prodotti. Diversamente dagli yogurt, che per legge devono contenere solamente i fermenti Lactobacillus bulgaricus e Streptococcus thermophilus, i probiotici sono arricchiti anche con altri fermenti, spesso del genere Bifidobacterium o altri ceppi di Lactobacillus.
Nel 2005 il ministero della Salute, in collaborazione con Assolane (l'Associazione italiana lattiero-casearia), ha stilato le Linee guida su questi prodotti, che sono valide per tutte le aziende e si applicano a tutti i probiotici venduti in Italia. Per essere definiti "probiotici", gli alimenti e le bevande devono soddisfare quattro requisiti:
Questo significa che un probiotico appena uscito dallo stabilimento deve contenere la stessa quantità di microrganismi vitali di uno prossimo alla scadenza. Esistono moltissimi microrganismi in grado di favorire lo stato di buon salute; quelli riconosciuti come probiotici per l'uomo sono soprattutto batteri lattici, per lo più dei generi Lactobacillus e Bifidobacterium.
I prebiotici, invece, sono sostanze (fibre) che favoriscono la crescita dei batteri nell'intestino: l'inulina, per esempio, crea il substrato ottimale per lo sviluppo di specie probiotiche, in particolare del genere Bifidobacterium. Le bevande contenenti probiotici non sono più efficaci dei loro analoghi in vasetto; però, essendo liquidi, raggiungono più velocemente l'intestino.
La Danone nel corso dell'istruttoria ha presentato diversi studi scientifici realizzati su bambini malati in cui dimostrava un beneficio per l'organismo. L'Autorità ha tuttavia replicato che le dichiarazioni sono da ritenersi ingannevoli in quanto essendo la flora batterica presente nell'intestino di una persona sana composta da 100 mila miliardi di batteri, è poco credibile che uno yogurt con poche decine di miliardi di batteri possa influire in modo rilevante sull'equilibrio.
Questa è una delle tante censure che hanno coinvolto la Danone. Negli USA ha dovuto costituire un fondo negli ultimi mesi di 35 milioni per rimborsare i consumatori in seguito ad una pubblicità ingannevole dello Yogurt Activia. In Italia qualche mese fa l’AGCM ha condannato la Danone ad una multa di 300 mila euro per la pubblicità dello yogurt anticolesterolo Danacol perché si lasciava intendere che era sufficiente assumere lo yogurt per ridurre del 10 per cento il livello di colesterolo e lo yogurt era un prodotto approvato direttamente o indirettamente dalla classe medica. Ma Danone non è l'unico produttore disinvolto, come si legge in un articolod pubblicato il 10 giugno 2009 su Il sole 24 ore...
| Il futuro dei consumi - Il sole 24 ore
L'aspetto incredibile della situazione è la frequente assenza di lavori scientifici per supportare le diciture nelle etichette e gli slogan pubblicitari. Tutto ciò è stato possibile perchè le autorità sanitarie hanno raramente hanno bloccato i messaggi sin troppo bugiardi, lasciando libere le imprese di confezionare falsi slogan molto efficaci che hanno aiutato a vendere e a prendere in giro i consumatori. Il caso più eclatante riguarda i famosi probiotici che gli esperti hanno bocciato in blocco. I supposti effetti benefici per l'organismo non sono stati riconosciuti perché nelle 171 richieste non è stato indicato il tipo di fermento! Si tratta di una dimenticanza inconcepibile per aziende che producono ogni giorno yogurt e latte fermentato. I nove industriali che hanno specificato il fermento utilizzato hanno ricevuto comunque pareri negativi. Secondo l'Efsa fermenti probiotici come Lactobacillus plantarum, il Bifidobacterium Bb12 animalis lactis, Lactobacillus deuteri e johnsonii, gasseri, coryniformis, paracasei, casei non diminuiscono la presenza di batteri potenzialmente patogeni dell'intestino come viene detto sulle etichette e nemmeno mantengono e difendono l'equilibrio oppure agiscono positivamente sul sistema immunitario.
Ci sono poi un numero esagerato di sostanze che millantano un effetto diuretico, un effetto cognitivo sul cervello, oppure che promettono di aiutare a mantenere il peso corporeo o di aiutare il fisico quando è affetto da infiammazioni alle prime vie respiratorie. Non si contano i pareri negativi su decine di alimenti che promettono effetti positivi nei confronti del colesterolo. Il bilancio finale è un disastro. Le notizie positive ci sono e interessano il calcio che fa bene alle ossa il ferro che contribuisce alla formazione di globuli rossi e favorisce il metabolismo, il rame che contribuisce al mantenimento del tessuto connettivo, protegge il Dna dai danni ossidativi, anche il manganese, il magnesio, il fosforo contribuiscono a funzioni importanti del corpo. Si tratta di sostanze che troviamo in carne, frutta, verdura, cereali .... e altri prodotti di consumo quotidiano. Questa notizia in Italia non è stata ripresa da quotidiani e riviste come mai ? Non bisogna dimentica che qualche mese fa l'Efsa ha bocciato anche l'81% delle diciture sulle etichette dei prodotti che promettevano benefici per la salute dei bambini o la possibilità di ridurre i rischi di alcune malattie. Adesso tutti i pareri verranno inviati alla Commissione europea che dovrà decidere quali provvedimenti adottare e se vietare l'uso delle scritte non riconosciute scientificamente valide o non prese in considerazione per mancanza di indizi. |
Il prodotto Danone Activia mostrato in una serie di spot televisivi ha raggiunto il massimo della fantasia: il claim afferma che il prodotto contiene il Bifidus Actiregularis... ma questo non esiste e serve solo a far credere ai consumatori che il prodotto ha funzioni specifiche per garantire un risultato positivo. Il punto è che la Danone ha registrato come marchio il ceppo individauto come Bifidobacterium animalis strain DN-173 010 . Questa è un'operazione del tutto lecita. Come lo è chiamare l'acido acetilsalicilico Aspirina. Magari è un pò fuorviante...

Le presenti linee guida si applicano ai prodotti commercializzati in Italia come alimenti[1] o integratori alimentari che si prefiggono lo scopo di migliorare lo stato di salute del consumatore attraverso un insieme di effetti aggiuntivi alle normali funzioni nutrizionali. Questi effetti aggiuntivi possono essere ottenuti mediante l’azione di batteri selezionati allo scopo (probiotici) e/o di sostanze in grado di promuovere la crescita di specifici gruppi batterici (prebiotici).
1) Si veda il Reg. 178/2002 del 28 Gennaio 2002; per la definizione di farmaco citato in quest’ultima norma si rimanda alla Direttiva 2004/27/CE a modifica della precedente direttiva 2001/83/CE
PROBIOTICO
Microrganismi vivi e vitali che conferiscono benefici alla salute dell'ospite quando consumati, in adeguate quantità (2), come parte di un alimento (3) o di un integratore. L'identificazione dei microrganismi probiotici deve avvenire secondo le raccomandazioni elencate nella Sezione "Identificazione di specie e ceppi probiotici" di questo documento.
2) Questa definizione è quella adottata dall'Expert Consultaion FAO/WHO, 2001. Benché tale documento consideri la definizione ai soli fini del documento stesso, si ritiene opportuno adottarla nell'ambito delle presenti Linee Guida.
3) Compresa l’acqua
ALIMENTO/INTEGRATORE CON PROBIOTICO
Alimenti/integratori, che contengano, in numero sufficientemente elevato, microrganismi probiotici in grado di raggiungere l'intestino, moltiplicarsi ed esercitare una azione benefica per lo stato di salute/benessere dell'uomo.
La definizione di alimento o integratore con probiotico si applica ai prodotti che seguano il processo per la valutazione illustrato nell'All.1 di queste linee guida.
La definizione di alimento (integratore) con probiotico prevede anche le interazioni fra il microrganismo probiotico e la matrice alimentare o gli eccipienti o altri ingredienti; l’azione benefica deve quindi essere specificamente dimostrata utilizzando il prodotto pronto per il consumo (vedi All.1).
PREBIOTICO
Prebiotico è una sostanza di origine alimentare non digeribile che, se somministrata in quantità adeguata, porta beneficio al consumatore grazie alla promozione selettiva della crescita e/o dell'attività di uno o più batteri già presenti nel tratto intestinale o assunti contestualmente al prebiotico.
ALIMENTO/INTEGRATORE CON PREBIOTICO
Alimenti/integratori con prebiotico sono quegli alimenti che contengono, in quantità adeguata, molecole prebiotiche in grado di favorire lo sviluppo di gruppi batterici utili per l'uomo.
La definizione di alimento (integratore etc) con prebiotico si applica ai prodotti che seguono il processo illustrato nell'All.1 di queste linee guida.
ALIMENTO/INTEGRATORE CON SIMBIOTICO
L'alimento/integratore con simbiotico è costituito dall'associazione di un alimento con probiotico con alimenti con prebiotici. La definizione di alimento o integratore con simbiotico si applica ai prodotti che seguono il processo illustrato nell’All.1 di queste linee guida.
La letteratura scientifica riporta un sempre maggiore numero di microrganismi considerati probiotici. Mentre è possibile elencare le specie batteriche cui appartengono i ceppi batterici attualmente studiati e utilizzati come probiotici, risulta impossibile fornire una lista positiva esaustiva delle specie potenzialmente probiotiche. E’ inoltre importante ricordare che la maggior parte dei ceppi batterici con una dimostrata efficacia probiotica e sicurezza d'uso appartiene ai generi Lactobacillus e Bifidobacterium.
La letteratura scientifica evidenzia una specificità di ceppo nelle caratteristiche probiotiche.
Benché la specificità di ceppo non sia ancora solidamente provata (AFSSA, 2005) si ricorda come la quasi totalità dei lavori pubblicati, nonché i due documenti FAO/WHO (2001, 2002) ritengono fondamentale la selezione dei microrganismi probiotici a livello di ceppo.
La scelta dei ceppi deve avvenire attraverso un processo di selezione rivolto ad assicurare l'identità tassonomica, le principali caratteristiche fenotipiche, la sicurezza, l’efficacia. (All.1 e paragrafo "Identificazione di specie e ceppi probiotici").
Ciò premesso, in accordo con quanto raccomandato dai documenti FAO/WHO (2001, 2002), le presenti linee guida condividono le indicazioni relative alla necessità di identificare e caratterizzare i microrganismi probiotici a livello di specie e di ceppo mediante tecniche di genetica molecolare oltre che con altre metodiche adeguate.
I microrganismi, per essere considerati probiotici devono soddisfare i seguenti requisiti:
essere sicuri per l'impiego nell'uomo; a tale proposito un utile riferimento potranno essere i criteri che verranno emanati a cura della European Food Safety Authority (EFSA) circa l'adeguatezza delle conoscenze disponibili. In ogni caso, oltre ad eventuali ulteriori criteri che EFSA considererà opportuno inserire, i microrganismi probiotici non devono essere portatori di antibiotico-resistenze acquisite e/o trasmissibili;
essere attivi e vitali a livello intestinale in quantità tale da giustificare gli eventuali effetti benefici osservati in studi di efficacia;
essere in grado di persistere e moltiplicarsi nell'intestino umano;
essere in grado di conferire un beneficio fisiologico dimostrato secondo i criteri riportati in All.1.
L'accertamento della posizione tassonomica costituisce un aspetto di grande importanza in quanto, con la messa a punto di nuovi prodotti probiotici, vi è la diffusione di ceppi batterici con specifiche proprietà dei quali occorre avere una precisa conoscenza. Per molto tempo la tassonomia fenotipica ha rappresentato la base per la classificazione di specie lasciando sempre però incertezza e quindi difficoltà di interpretazione, in particolare nei riguardi della caratterizzazione dei biotipi.
Un grosso passo avanti è stato compiuto con l'ampliamento delle conoscenze di biologia molecolare in particolare per quanto concerne l'introduzione di tecniche per lo studio del DNA batterico.
L'integrazione della caratterizzazione fenotipica con quella genotipica consente oggi di poter operare con buona rispondenza e deve essere considerata un requisito fondamentale per l’immissione in commercio di alimenti probiotici.
Lo sviluppo dello schema identificativo che segue, pur non essendo esaustivo, può costituire una valida articolazione operativa.
Caratterizzazione fenotipica
Ricorrendo alla determinazione:
del profilo fermentativo dei carboidrati
del profilo dell'attività enzimatica
della natura degli isomeri dell'acido lattico prodotti
Caratterizzazione genetica
Si può ottenere mediante l'applicazione di diverse metodiche, in particolare per la determinazione della specie di appartenenza:
Ibridazione degli acidi nucleici
REA (Restriction Endonuclease Analysis)
ARDRA (Amplified Ribosomal DNA Restriction Analysis)
Sequenziamento del DNA codificante per il 16S rRNA
Ribotipizzazione manuale o automatizzata
mentre per la tipizzazione a livello di ceppo batterico si può ricorrere a:
PFGE (Pulse Field Gel Electrophoresis)
RAPD (Random Amplified Polymorphic DNA)-PCR
ERIC (Enterobacterial Ripetitive Intergenic Consensus)
AFLP (Amplified Fragment Length Polymorphism)
Dato il rapido evolversi delle metodologie molecolari, quanto sopra si deve ritenere un elenco non esaustivo e suscettibile di modifiche o integrazioni.
Inoltre, seguendo quanto suggerito nei documenti FAO/WHO (2001, 2002), si raccomanda:
l'impiego della nomenclatura tassonomica riconosciuta dalla International Union of Microbiological Societies;
il deposito dei ceppi in Collezioni Internazionali con lo status di IDA4 (collezioni internazionali di ceppi batterici) al fine di garantirne la disponibilità al mondo scientifico.
Alla luce della ceppo-specificità dell'azione probiotica, si raccomanda di mantenere inalterata la composizione dei prodotti a livello di ceppo.
Inoltre, si raccomanda che, all'atto della notifica degli alimenti e degli integratori di cui al presente documento, il richiedente indichi il metodo analitico utilizzato per la numerazione del/dei microorganismo/i probiotico/i specificando sia la metodica per l’enumerazione che quella utilizzata per la caratterizzazione genetica.
L’evoluzione delle conoscenze relative alle attività probiotiche è rapidissima, testimoniata dal numero di nuove recensioni che appaiono nelle banche dati tipo Medline.
Da notare come le attività di diversi ceppi microbici probiotici sono state considerate da alcune meta analisi (Elmer et al, 1996, Van Niel et al, 2002, Huang et al, 2002, Cremonini et al, 2002, D'Souza et al, 2002, Szajewska e Mrukowiz, 2003, Szajewska e Mrukowiz, 2005) da due documenti FAO/WHO (2001,2002) da un documento della Società Europea di Gastroenterologia Pediatrica, Epatologia e Nutrizione (ESPGHAN) (Agostoni et al, 2004) da un dossier AFSSA (2005).
In particolare tutte le 7 meta analisi sopra citate hanno evidenziato una positiva azione dei probiotici nel ridurre i tempi di recupero da diarrea indotta da terapie con antibiotici. Diversi di questi documenti suggeriscono l’importanza della dose somministrata ai fini di ottenere un effetto positivo; tale importanza è anche implicita nella definizione stessa di probiotico.
E’ impossibile poter fornire su questo punto indicazioni precise perché sono molti i fattori che influenzano l'attività dei ceppi probiotici una volta ingeriti; fra questi possiamo ricordare:
4 IDA4 = International Depository Authority; sono le collezioni di ceppi batterici riconosciute a livello internazionale.
la specie di microrganismo impiegato;
le caratteristiche probiotiche del ceppo scelto;
lo stato di vitalità del ceppo al momento del suo utilizzo.
Da un punto di vista generale, sulla base della recente letteratura, si può ritenere che la quantità sufficiente per ottenere una temporanea colonizzazione sia di almeno 109 cellule vive per giorno e per persona adulta. Tale quantità di cellule deve essere presente nella porzione/posologia giornaliera dell'alimento/integratore. Dosi giornaliere diverse possono essere accettate, se comprovate da specifici studi.
Si sottolinea inoltre l'esigenza di garantire al consumatore al termine della shelf life una quantità di cellule microbiche vive almeno pari a quella utilizzata per le prove di efficacia. Le indicazioni in etichetta devono riferirsi alla dose minima garantita, nelle condizioni di conservazione indicate, alla fine della shelf life (durata di conservazione. NdR); questa quantità non deve essere significativamente diversa da quella utilizzata per le prove di efficacia. Si sottolinea come il riscontro analitico di una quantità di cellule batteriche vive possa richiedere l'uso di specifici metodi d'analisi, diversi da specie a specie.
Non si ritiene necessaria una caratterizzazione della sicurezza a livello di ogni singolo ceppo qualora appartengano a specie per cui sia disponibile un sufficiente corpo di conoscenze, così come definito dai documenti EFSA preparatori all'introduzione nell'Unione Europea dello status di QPS per alcuni gruppi batterici. Unica eccezione riguarda la determinazione del profilo delle antibiotico-resistenze che andrà determinato per ogni singolo ceppo microbico utilizzato, al fine di escludere la presenza di antibiotico resistenze acquisite e anche solo potenzialmente trasmissibili. Sempre ai fini della determinazione della sicurezza si ribadisce la necessità di una identificazione tassonomica su base genetica, almeno a livello di specie, e la necessità di mantenere inalterata la presenza dei ceppi nei prodotti. L'introduzione in un prodotto di nuovi ceppi microbici, sia pure appartenenti alla stessa specie, richiederà una nuova valutazione della sicurezza e dell'efficacia.
La definizione di prebiotico si basa sulla non-digeribilità e fermentescibilità selettiva da parte di alcuni gruppi batterici, senza porre limiti alla natura chimica, anche se la maggior parte dei prebiotici utilizzati sono carboidrati.
I dati al momento disponibili sembrerebbero indicare che il grado di polimerizzazione e il tipo di legame dei monomeri, all'interno di prebiotici dello stesso gruppo biochimico, possano avere un profondo influsso sulla efficacia dell'azione prebiotica (Crittenden & Payne, 1996; Grizard & Barthomeuf, 1999; Frank et al., 2002), anche se esistono eccezioni.
Gli ingredienti prebiotici, anche all'interno della stessa famiglia biochimica, sono spesso formati da più composti, diversi fra loro non solo per il grado di polimerizzazione ma anche per la tecnologia produttiva utilizzata (ad es. si possono ottenere i fruttani sia per idrolisi enzimatica che per estrazione; i due processi produttivi portano ad avere una miscela di prodotti finali diversa a secondo del processo produttivo).
Questa diversità ha riscontro anche nella diversa utilizzazione di queste sostanze da parte dei batteri intestinali (Roberfroid et al., 1998, Perrin et al., 2002, Kaplan et Hutkins, 2000, 2003).
Quanto sopra comporta che l'esatta natura chimica (incluso il grado di polimerizzazione) debba essere riportata nel prodotto. Inoltre, i risultati ottenuti con un ingrediente prebiotico non possono essere in alcun modo estrapolati per un altro prebiotico, anche se della stessa classe biochimica.
Molti studi (per una rassegna si vedano i due documenti ESPGHAN (Aggett et al, 2003, Agostoni et al, 2004), il dossier AFSSA (2005) e il report finale del progetto dell’Unione Europea denominato ENDO (Van Loo et al,1999) riportano la rilevanza della dose giornaliera per ottenere un’efficacia prebiotica. Il riferimento al termine prebiotico non può quindi prescindere dalla dose veicolata, all’interno di un consumo giornaliero "normale" e deve essere supportato, a somiglianza di quanto detto per i prodotti probiotici, da specifici studi.
Mentre per alcuni prebiotici si è già in possesso di studi di sicurezza, questo non può essere automaticamente esteso a tutti gli ingredienti ad azione prebiotica. L'azione di ingredienti prebiotici di nuova introduzione dovrà inoltre essere comprovata da adeguati studi microbiologici, che verifichino l’assenza di azione stimolante su batteri patogeni e su patogeni opportunisti presenti nell’intestino umano.
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Marcello Guidotti, copyright 2009
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